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Amalfi d’invero: alla scoperta della Costiera Amalfitana fuori stagione

cosa vedere amalfi in inverno

View of tthe Amalfi city at night, Italy

Te lo diranno tutti. Te lo dirà l’amico che in vacanza sulla costiera di Amalfi c’è stato due volte ad agosto. Te lo dirà la signora dell’agenzia che non si è mai mossa da Bari. Te lo dirà persino tua madre, che in Costiera non ha mai messo piede ma ha visto un servizio di Linea Verde nel 2007. “Ad Amalfi d’inverno non c’è niente da fare. È tutto chiuso. Vai a giugno.”

È una bugia bellissima, ripetuta con la convinzione di chi ha sentito ripetere una cosa per così tanto tempo da averla scambiata per verità. Ad Amalfi d’inverno c’è esattamente tutto quello per cui ti immagini di andare in Costiera Amalfitana: il mare, il sole quasi tutti i giorni, i vicoli che salgono, lo Sfusato amalfitano che pende ancora sugli alberi a dicembre, il Duomo di Sant’Andrea, la Pasticceria Pansa che fa la sfogliatella come da quasi due secoli e — bonus non trascurabile — la possibilità di attraversare Piazza Duomo senza la sensazione di essere finito dentro la metropolitana di Tokyo all’ora di punta.

C’è solo una cosa che ad Amalfi d’inverno non trovi: gli altri.

Arrivare quando i pullman se ne sono andati

La SS163 Amalfitana, da Vietri sul Mare a Positano, in estate è il girone dantesco dei pullman granturismo. Cinquanta chilometri di curve a strapiombo, due corsie strettissime, e in mezzo seicento autobus tedeschi che si incrociano sbuffando aria condizionata. A novembre, la stessa strada è una delle più belle d’Italia in cui guidare. Senza esagerare: una delle più belle d’Europa, probabilmente, anche se non lo dirò mai ad alta voce per non rovinarla.

Da Salerno parti con calma, prendi la statale, e nel giro di mezz’ora cominci a chiederti perché non sei venuto prima. La luce d’inverno sulla Costiera Amalfitana è una cosa che non si dice abbastanza: bassa, dorata, obliqua, di quelle che fanno sembrare le facciate gialle di Atrani dei dipinti olandesi finiti per sbaglio in Campania. A Cetara senti odore di legna bruciata dalle cucine. A Maiori il mare è verde-bottiglia e non c’è nessuno sulla spiaggia tranne due signori che chiacchierano davanti a una barca tirata in secco. A Minori una signora stende le lenzuola al balcone.

Poi arrivi ad Amalfi e parcheggi. Parcheggi davvero. Senza giri di tre quarti d’ora, senza la guerra dei posteggiatori, senza pagare quaranta euro a un cugino di qualcuno. In bassa stagione il Luna Rossa, il garage sotto la strada, ti chiede una cifra ragionevole e ti accoglie con la stessa cortesia distratta con cui un macellaio ti incarta due fette di mortadella.

Il momento esatto in cui Amalfi torna paese

C’è un’ora precisa, intorno alle dieci di un martedì di gennaio, in cui Amalfi smette di essere un’attrazione e ricomincia a essere un posto dove vive della gente. Lo capisci dai dettagli. Un signore con la coppola che attraversa la piazza con due bottiglie di vino in mano. Una donna che chiama il figlio dal balcone in dialetto stretto. Il pescivendolo del Largo Cesareo Console che ti grida che ha il pesce bandiera fresco e che se vuoi te lo pulisce subito. Le scuole che escono e i bambini che corrono giù per gli scalini con gli zaini più grandi di loro.

Sono cose ovvie. Sono cose che succedono in qualsiasi paese del Sud. Ma ad Amalfi, da maggio a ottobre, queste cose semplicemente non si vedono, sepolte sotto la coltre di selfie e cuffie audioguida. D’inverno tornano a galla, e tornano a galla con una dignità che ti commuove un po’, se sei il tipo di persona che si commuove per queste cose. (Io lo sono, e non mi vergogno a dirlo.)

Cosa fa Amalfi quando non ci sei tu

Il Duomo come l’avevano pensato

Il Duomo di Sant’Andrea ad agosto è un set fotografico. La scalinata è coperta da una fila ininterrotta di gente che aspetta il proprio turno per scattare la foto identica a quella scattata trenta secondi prima dalla persona davanti. A febbraio, la stessa scalinata è vuota. Sali con calma, ti fermi a metà, ti giri a guardare la piazza, e ti rendi conto per la prima volta che quella scalinata è progettata esattamente per essere salita così: lentamente, fermandosi, voltandosi.

Dentro, la cripta che custodisce le reliquie di Sant’Andrea apostolo è una stanza barocca dorata, vagamente eccessiva, che merita di essere guardata in silenzio per dieci minuti. In bassa stagione il silenzio te lo regalano gratis. Sopra, il Chiostro del Paradiso con le sue colonnine moresche è una delle cose più curiose della Campania medievale: pensato per i monaci, ti ricorda che Amalfi guardava verso l’Oriente molto prima che guardasse verso Milano.

E poi, lì sotto, c’è la storia che nessuno ti racconta mai: Amalfi è stata la prima Repubblica Marinara. La prima delle quattro. Prima di Venezia, prima di Pisa, prima di Genova. Aveva il suo codice marittimo — la Tabula Amalfitana — usato in tutto il Mediterraneo per secoli. Lo so che è una nota a margine, lo so che alle medie te l’hanno fatta studiare in tre minuti, ma camminare per Amalfi sapendolo cambia tutto. Quello che ti sembra un grazioso paesino verticale era una potenza navale.

La pasticceria Pansa e la geografia del babà

In Piazza Duomo, sotto i portici, la Pasticceria Pansa apre dal 1830. Centonovantasei anni. Hanno servito Wagner e, secondo la leggenda locale, mezza nobiltà europea in fuga estiva. A novembre il bancone è tranquillo, la signora dietro la cassa ha il tempo di spiegarti la differenza tra la sfogliatella riccia e quella frolla, e il cappuccino costa quello che costa un cappuccino, non quello che costa l’esperienza di un cappuccino “in piazza Duomo ad agosto”.

Prendi il babà al limoncello — sono a un chilometro di distanza dai limoneti dello Sfusato amalfitano IGP, sarebbe peccato non farlo — e siediti al tavolino fuori. C’è un signore al tavolo accanto che legge Il Mattino. È mezzogiorno e qualcuno ha cominciato a suonare il pianoforte da qualche parte sopra di te. Non sai chi. Non lo saprai mai. Va benissimo così.

Il clima che non ti hanno detto

Vale la pena dirlo perché è la prima cosa che le persone fraintendono: ad Amalfi d’inverno non fa freddo. O meglio, non fa il freddo che pensi tu. Da novembre a marzo la temperatura media oscilla tra i 10 e i 16 gradi, con punte di 18-19 nelle giornate buone, che sono parecchie. Il mare resta intorno ai 15 gradi: non ti ci tuffi, ma se ti siedi al sole sulla spiaggia di Marina Grande con una felpa stai una meraviglia.

Piove. Sì, piove, soprattutto a novembre e a dicembre. Ma piove a rovesci brevi, quelli mediterranei, quelli che dopo mezz’ora il sole torna fuori e l’aria sa di alga e di limone bagnato. Porta una giacca impermeabile leggera, scarpe da trekking se vuoi camminare in Valle delle Ferriere, e smettila di pensare che la Campania d’inverno sia la Lapponia.

La parte di Amalfi che nessuno guarda mai

Dietro il Duomo, se imbocchi via delle Cartiere e continui a salire senza farti scoraggiare dalle pendenze, finisci nella Valle dei Mulini e poi nella Valle delle Ferriere. È una riserva naturale orientata, una gola umida e verde, attraversata da un torrente, popolata da felci giganti — la Woodwardia radicans, una felce preistorica che qui sopravvive in uno dei suoi ultimi habitat europei — e disseminata di ruderi di cartiere medievali e ferriere abbandonate.

Sì, Amalfi produceva carta. La produceva nel Duecento, prima del resto d’Europa, con una tecnica importata dagli arabi. Il Museo della Carta, dentro un’antica cartiera ancora funzionante in via delle Cartiere, te lo spiega in mezz’ora abbondante: ti mettono in mano un foglio fatto a mano e lo capisci meglio così, con la carta tra le dita, che non con dieci pannelli illustrati.

In Valle delle Ferriere, a febbraio, non incontri quasi nessuno. Solo l’acqua che scende, il muschio sulle pietre, e ogni tanto qualche vecchia parete di pietra che era una fabbrica e adesso è natura che si riprende il suo. È il rovescio esatto della cartolina della Costiera. È, secondo me, la parte più bella.

Dove dormire e dove mangiare quando il paese non recita

A novembre molti hotel di fascia alta chiudono. Quelli che restano aperti — ce ne sono parecchi, soprattutto a conduzione familiare — ti offrono tariffe che, rispetto ad agosto, fanno sorridere. Per dormire conviene cercare nella parte alta del paese, lungo la salita verso Pogerola, o nella vicina Atrani, che è a tre minuti a piedi ed è uno dei borghi più belli della Campania (quando non è invaso, e d’inverno non lo è).

Per mangiare, evita i ristoranti con le foto dei piatti fuori. Cerca le trattorie dove pranzano gli operai del Comune e i capitani del porto. Si mangia scialatielli ai frutti di mare, colatura di alici di Cetara (siamo a quindici minuti di macchina dalla patria della colatura), pesce del giorno, e d’inverno la cucina della Costiera Amalfitana tira fuori cose che ad agosto non vedi: zuppe di legumi, baccalà, polpo affogato, dolci con i fichi secchi.

Perché dovresti venirci almeno una volta

Ad Amalfi fuori stagione vieni per il motivo opposto a quello per cui vieni in alta stagione. Non vieni per dire di esserci stato. Vieni per esserci, e basta. Per camminare lungo la SS163 senza temere per la vita. Per capire perché una repubblica marinara nasce qui, in questa piega di costa stretta e improbabile, e non altrove. Per bere un caffè in piazza ascoltando una conversazione in dialetto su quanto è cresciuto il figlio del cugino. Per vedere la luce di gennaio sulla facciata del Duomo, che è una cosa che meriterebbe un capitolo di storia dell’arte tutto suo e invece non ce l’ha, perché nessuno la guarda mai.

Vieni a novembre, vieni a febbraio, vieni a marzo. La Costiera Amalfitana che ti raccontano non esiste in quei mesi. Ne esiste un’altra, più vecchia, più stanca, più vera. È molto meglio.